Morti in corsia, le ultime parole di Cazzaniga prima della sentenza

In una lunga lettera, l'ex viceprimario di Saronno ribadisce la sua difesa: "Il mio vivere improntato al curare, non all'uccidere".

Morti in corsia, le ultime parole di Cazzaniga prima della sentenza
Saronno, 27 Gennaio 2020 ore 12:02

Oggi, lunedì 27 gennaio, si chiuderà il processo a Leonardo Cazzaniga, l’ex viceprimario accusato di aver provocato undici morti in corsia all’ospedale di Saronno e tre nella famiglia dell’ex compagna Laura Taroni.

Morti in corsia, verso la sentenza

E’ il giorno della sentenza. La Corte d’Assise si è riunita in Camera di Consiglio e nel tardo pomeriggio darà lettura della sentenza a termine del processo al dottor Leonardo Cazzaniga. Prima che la Corte di ritirasse, l’ex viceprimario di Saronno ha voluto prendere parola per un ultima volta, per esprimere il suo “autentico, doloroso sentire”. Non una “captatio benevolentiae” verso la Corte, ha tenuto a precisare:

“Spero mi venga concesso il diritto di parola  ‘fino in fondo’ pur nella acuta consapevolezza di essere imputato di 15 omicidi volontari, quindi un ‘demonio’, un ‘monstrum’, un ‘killer spietato’, un ‘feroce gelido assassino’. Ribadisco e poi mi taccio che non agisco né mai ho agito o agirò come Lady MacBeth suggerì al consorte: ‘Nella lingua appari come il fiore innocente, ma sii la serpe che vi si cela sotto'”.

“Grazie”

La lettera di Cazzaniga è rivolta tutta a ringraziare  tutte le parti coinvolte in questi anni di Tribunale, un’udienza dopo l’altra:

“Ringrazio, in primis, infinitamente, i miei due angeli custodi, i miei ‘arcangeli guerrieri’ per aver intrapreso un percorso ‘titanico’, per aver elaborato, performativamente, una immensa quantità di dati con straordinaria arguzia, intelligenza, certosina pazienza, accurata acribia. Mai potrò, però, ringraziarli del dono più prezioso offritomi: aver creduto ‘autenticamente’ in me, nella verità del mio agito. Hanno creduto all’essere umano che agiva o credeva d’agire nel giusto, nel vero. Nonostante gli iniziali dubbi che tutti, credo, si configurino al primo esame d’una vicenda, di una materia così complessa, essi hanno saputo guardar dentro e oltre arrivando a un sincero convincimento.  Sono avvocati nel senso etimologicamente vero del termine. (…) Mi scuso con le loro famiglie per averli così lungamente sottratti al primo ‘compito’ della loro vita: essere sposi e padri amorevoli, presenti, accidenti. Senza loro, oggi non sarei qui.

Ringrazio la Corte d’Assise, in tutte le componenti, per avermi permesso di giungere a casa dei miei genitori proprio in un frangente particolarmente delicato. La mia presenza è stata indispensabile perché, in caso contrario, non avrebbero potuto stare a casa loro. Mi sono preso ‘cura’ di loro e di ciò mai potrò adeguatamente ringraziarvi. Sono stato ‘figlio’ nel senso più alto e nobile, racchiuso in questa desueta immemore parola. Anche i figli, però, vivono il tramonto, il dissolversi dell’esistenzialità dei propri genitori con dolore, con rabbia; sì, la rabbia per il feroce destino che fa di una persona un simulacro, un lontano, vago, ricordo. (…).

Ringrazio anche e questa non abbia a stupirsi, la Pubblica accusa in special modo il pm che, con profonda convinzione della mia colpevolezza, m’ha indotto a cercare, a confrontarmi con la mia propria parte più oscura e (non sia paradosso) più cieca. Ho molto appreso dal (silenzioso) confronto dialettico con ‘l’archetipo’ della colpa ricavandone illuminanti scenari: una così profonda, intima, consapevolezza non si può fondare su pre-giudizio ma deve, di necessità, trovar solo basamento entro una ‘propria verità’. Diversamente non si potrebbe sostenere senza tentennamenti, una scelta giuridica infausta per l’imputato, ma ritenuta necessaria per il compito della giustizia, per la salvaguardia della società. A questa Procura debbo riconoscere l’altissimo (e non scontato) ‘valore’ di non aver mai usato parole, frasi infamanti, ingiuriose, onffensive, svilenti. Non è atto da poco, lo stile qui diviene sostanza, ‘ousia’ direbbero i greci e la sostanza è il fondamento dell’essere.

Il mio grazie va anche a quel piccolo nucleo d’agenti di Polizia penitenziaria del carcere di Busto Arsizio che, nel corso di quasi tre anni di carcerazione, hanno saputo e voluto (pur con progressivi slittamenti) sostenermi, accudirmi, farmi sentire essere umano, dolente e non semplice ‘res captivus’, né tantomeno feroce assassino. Senza il loro supporto oggi, forse non sarei qui.

Rimanendo nell’ambito dei custodi ‘giudiziari’ non posso far altro che ringraziare sia la stazione dei carabinieri di Cusano Milanino sia il Nucleo Traduzioni della Polizia penitenziaria di Monza. Entrambi hanno inteso il loro rapportarsi con il ‘detenuto’ in termini di supporto, empatia, ‘cura’. Tale atteggiamento ha contribuito a farmi considerare ‘essere umano’ e non il mostro, l’assassino, il killer seriale, il boia. A loro devo il mio essere ancora qui.

“Binda per me è stato il ‘Cristo'”

Tra i passaggi e i ringraziamenti nella lettera di Cazzaniga, uno in particolare l’ex viceprimario ha voluto dedicarlo a un compagno di carcere, Stefano Binda: l’uomo accusato dell’omicidio di Lidia Macchi a Cittiglio nel 1987 condannato all’ergastono in primo grado e poi assolto dalla Corte di Cassazione lo scorso ottobre.

“Anche per lui vale la considerazione pocanzi formulata: senza la sua arguta, talora giocosa, presenza oggi (ancora forse) non sarei qui. Il velamento del suo profondissimo dolore racchiuso in una intensissima, autentica religiosità (oltremodo rara e inusuale perla) sono stati, sono e saranno l’altissimo esempio di come si ‘debba’ vivere per gli ‘altri’ pur nella condizione del più estremo pericolo situato al limen del proprio sacrificio. A lui, molto, debbo. Ciò che gratuitamente mi ha donato è impareggiabile, incommensurabile e, ancora, impagabile. Sono oltremodo felice per il riconoscimento (e la conseguente libertà) di ciò che accuratamente splendeva nel cielo delle ‘verità’ eterne: la sua totale, assoluta. Per me, ateo, è stato il ‘Cristo’, che ho avuto l’onore di ‘vivere’ e vedere nella sua più pura ‘rappresentazione’.

“Dal dolore troviate impulso per l’amore”

A chiudere, il ringraziamento ai suoi animali e ad alcune persone non precisate:

“Da ultimo un ringraziamento, un grazie anomalo, zingaro, dispotico. Il grazie è volto ai miei animali, passati e presenti. In forza del loro sommo potere curativo, ai rari, intensi momenti di gioia io oggi sono, sicuramente, qui. Il calore, il ‘pallio’ che essi hanno posto sul mio dolente animo non può essere quantificato, essendo, di fatto trascendente, divino direi. Sono felice di aver trascorso del tempo con loro. Ogni cesura della mia esistenza avrà avuto come portato il loro esistere, il loro amore.

Alcuni ho evitato di menzionare. Sappiano costoro che non li ho dimenticati. Il loro preziosissimo supporto/vicinanza sono stati l’ennesima colonna che ha evitato il mio cedimento, il mio crollo. Il mio pensiero, spesso, è a loro indirizzato. Spero si rendano compartecipi di una vicenda dolorosa e da questo dolore trarre impulso per il ‘dono’ analgesico per eccellenza: l’amore.

“La morte è diventata faro e orizzonte”

Solo in uno degli ultimi passaggi della lettera Cazzaniga ripercorre la vicenda processuale. Un passaggio forte, cupo e doloroso:

“Da quel fatale, fatidico 29 novembre 2016. Alla mia vita ‘v’è sempre stata compagna la mia morte’. Il suo pensiero, la sua accudente presenza hanno rappresentato e ancora rappresentano il faro, l’orizzonte, verso cui gettare lo sguardo. Superfluo è dire quanto sia stato e sia indicibile il mio dolore. Per lunghi anni ho navigato avvolto in nebbie oscure, impenetrabili. Ho spesso vanamente cercato di far risplendere il mio ego. La vostra sentenza indicherà, certamente, un cammino e io potrò, finalmente, aprire il mio sguardo sull’orizzonte ormai disvelato”.

“Non depositate fango sulla mia memoria”

Cazzaniga fa un’unica richiesta:

Sulla mia memoria non si depositi l’immondo fango, il liquame richiamato dalle raffigurazioni usate da molti (fortunatamente non tutti) avvocati di parte civile (…). Il dolore che ho provato quando udii quelle parole, quelle proposizioni è stato e sarà indicibile. Qualunque ‘cosa’ io sia, non sono un criminale nazista né il mio posto è a una ‘nuova’ Norimberga”.

“Volevo far risplendere la vita”

Le ultime parole tornano sul suo agire, su quelle morti imputategli ma che lui, e la difesa, ha sempre cercato di spiegare non come omicidi ma come “dolci morti”, accompagnate ma non causate. E lo fa partendo anche dalle citazioni di padre Xavier Thévenot e padre Bruno Chenu:

Il mio vivere, in toto, non è stato improntato al somministrare, indurre la morte, bensì il tentativo umanamente imperfetto di ‘curare’, di far ‘risplendere’ il vivere. (…) Padre Thévenot dice in relazione alla sofferenza ‘dipende tutto dal tipo di sofferenza e dalla sua intensità. Certe sofferenze vanno al di là, in maniera quanto mai evidente, delle difese psicologiche di coloro che le subiscono e della loro capacità di riprenderle in una storia sensata; sono vissute come destrutturanti e conducono a una disperazione o a una depressione senza fine’. Bruno Chenu (morto a 60 anni di cancro) dice: ‘In termini più precisi e contrari a una deriva della tradizione spirituale l’atteggiamento di Gesù significa che la sofferenza non ha valore in sé. Essa destruttura, disumanizza. Apre una falla in tutte le relazioni e, innanzitutto, all’interno di se stessi. Trascina verso il basso più che verso l’alto. L’essere umano è solo al mondo’.

Su questa ultima considerazione mi trova in disaccordo. Io quando non ho più potuto far risplendere la vita mi sono attestato nel compito gravoso (nel senso più alto, nobile, di queste parole) di intraprendere un cammino di vicinanza al morire (essere accanto) nel tentativo di rendere dignitosa la morte di morti indegne, violentate, disumane ho fatto (come alcuni o molti) personale esperire”.

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